Sicurezza sul lavoro, gli errori più comuni nella valutazione dei rischi aziendali
di Redazione
Una valutazione dei rischi può essere formalmente ordinata e, allo stesso tempo, raccontare un’azienda che non esiste più. Succede quando il documento viene trattato come un adempimento da completare una volta per tutte, mentre nel frattempo cambiano persone, macchinari, turni, spazi, procedure e perfino il modo in cui determinate mansioni vengono svolte.
È uno dei problemi più frequenti nella sicurezza sul lavoro: la realtà si modifica molto più velocemente della documentazione.
Un reparto può aver aggiunto una nuova macchina. Il magazzino può essere stato riorganizzato. Un’attività prima affidata all’esterno può essere entrata nel ciclo produttivo. Magari nessuna di queste variazioni sembra, presa da sola, particolarmente importante. Mettendole insieme, però, il profilo di rischio può cambiare parecchio.
La valutazione efficace parte quindi da una domanda semplice: ciò che è scritto corrisponde ancora a ciò che accade ogni giorno?
Rischi generici e procedure standard: quando il documento non descrive il lavoro reale
Uno degli errori più evidenti è utilizzare descrizioni troppo generiche.
Scrivere che in un magazzino esiste un rischio legato alla movimentazione delle merci dice poco se non si considera come avviene concretamente quella movimentazione. Ci sono muletti? Transpallet manuali? Carichi movimentati a mano? Scaffalature alte? Persone a piedi che attraversano le stesse aree percorse dai mezzi?
Il rischio cambia insieme all’organizzazione.
Lo stesso vale per un ufficio. Considerarlo semplicemente un ambiente “a basso rischio” può portare a trascurare postazioni di lavoro mal organizzate, cablaggi improvvisati, archivi collocati male, passaggi ostruiti o utilizzo prolungato dei videoterminali.
Una valutazione dei rischi aziendali utile deve quindi entrare abbastanza nel dettaglio da permettere di riconoscere il lavoro reale.
C’è anche un problema di linguaggio. Procedure troppo astratte tendono a essere poco utilizzate dalle persone che dovrebbero applicarle. Frasi come “adottare comportamenti adeguati” o “utilizzare correttamente le attrezzature” sono corrette, ma spiegano pochissimo.
Molto più utile è indicare cosa deve essere fatto in una determinata situazione: dove viene depositato un materiale, chi autorizza l’avvio di una macchina, quale percorso deve seguire un carrello, come si segnala un’anomalia.
La sicurezza diventa concreta quando una regola può essere applicata senza doverla interpretare ogni volta.
Macchinari, turni e mansioni: i cambiamenti che possono rendere vecchia una valutazione
Un altro errore comune è pensare che la valutazione debba essere aggiornata soltanto dopo grandi trasformazioni.
In realtà, il lavoro cambia spesso per accumulo.
Un macchinario viene sostituito con un modello più veloce. Per aumentare la produzione si introduce un secondo turno. Una persona che svolgeva una sola mansione comincia a occuparsi anche di un’altra fase del processo. Il deposito viene spostato per liberare spazio.
Nessuna di queste decisioni sembra necessariamente rivoluzionaria. Eppure può cambiare l’esposizione a un rischio.
Una nuova macchina può produrre più rumore o richiedere modalità di manutenzione differenti. Un turno serale può modificare illuminazione, presenza dei responsabili e organizzazione delle emergenze. Una mansione aggiuntiva può comportare l’uso di un’attrezzatura che il lavoratore non utilizzava prima.
Persino spostare una scaffalatura può modificare i percorsi interni.
È per questo che il dvr non dovrebbe essere considerato una fotografia definitiva dell’impresa, ma un documento legato all’organizzazione reale e ai suoi cambiamenti.
Un caso tipico è quello della crescita aziendale.
Un’attività partita con pochi lavoratori può svilupparsi rapidamente. Aumentano le postazioni, cresce la quantità di materiale movimentato, si aggiungono reparti, cambiano le responsabilità. A quel punto procedure nate per una struttura piccola possono diventare insufficienti.
Anche la comunicazione interna tende a complicarsi. Quando le persone sono cinque, molte informazioni passano verbalmente. Quando diventano cinquanta, affidarsi soltanto alla memoria e all’abitudine può creare vuoti.
Chi segnala un guasto? Chi verifica che venga risolto? Chi informa il turno successivo? Più l’organizzazione cresce, meno queste risposte possono rimanere implicite.
Formazione e comportamenti: il rischio aumenta quando la prassi prende il posto della procedura
Ci sono aziende in cui la procedura ufficiale dice una cosa e il lavoro quotidiano ne racconta un’altra.
Succede quando una scorciatoia diventa abituale.
Un operatore apre una protezione perché in quel modo riesce a intervenire più velocemente. Un carrello passa da una zona non prevista perché il percorso ufficiale è più lungo. Un materiale viene lasciato temporaneamente accanto a una porta perché “tanto tra poco lo spostiamo”.
Il problema arriva quando quel temporaneamente dura mesi.
Le procedure di sicurezza perdono efficacia proprio quando diventano percepite come un ostacolo invece che come parte del lavoro. In questi casi non basta ripetere che la regola va rispettata. Serve capire perché le persone abbiano iniziato ad aggirarla.
A volte la causa è una cattiva abitudine. Altre volte la procedura è davvero poco pratica.
Se per movimentare correttamente un carico bisogna fare un percorso impossibile da mantenere durante i momenti di maggiore attività, prima o poi qualcuno troverà un’altra strada. La risposta non consiste semplicemente nel vietare la scorciatoia, ma nel verificare se l’organizzazione possa essere modificata.
Anche la formazione dei lavoratori deve tenere conto di questo aspetto.
Un corso svolto mesi prima può fornire le basi, ma non garantisce che una persona sappia gestire ogni situazione concreta. L’inserimento sul posto di lavoro, l’affiancamento e le verifiche periodiche servono proprio a colmare questa distanza.
Il nuovo dipendente osserva ciò che fanno gli altri. Se vede che una regola viene aggirata da tutti, tenderà a considerare normale quel comportamento molto più rapidamente di quanto ricorderà una slide vista durante la formazione.
Le abitudini del reparto, nel bene e nel male, sono potentissime.
Controlli interni: il problema non è trovare errori, ma accorgersi quando diventano normali
Un controllo utile non dovrebbe limitarsi a verificare che esista un documento.
Bisogna guardare cosa succede sul posto.
Un estintore può essere correttamente registrato e trovarsi dietro materiale accatastato. Una via di passaggio può essere indicata nella planimetria e risultare continuamente occupata. Un dispositivo può essere disponibile ma non utilizzato perché scomodo o inadatto alla mansione.
È qui che la prevenzione aziendale diventa osservazione.
Una visita periodica dei reparti permette di intercettare piccole anomalie prima che si trasformino in abitudine. Non serve cercare necessariamente grandi violazioni. Spesso i segnali più interessanti sono quelli minimi: un nastro adesivo usato per tenere fermo un componente, un cavo spostato ogni mattina, un contenitore lasciato sempre nello stesso punto sbagliato.
Se una soluzione provvisoria resta in azienda per settimane, ormai non è più provvisoria.
Anche le segnalazioni dei lavoratori hanno un peso enorme, purché esista un sistema che dia loro seguito. Se una persona comunica tre volte lo stesso problema senza vedere alcun cambiamento, è possibile che alla quarta smetta di segnalarlo.
Ed è proprio questo il passaggio più pericoloso: quando un’anomalia smette di essere percepita come anomalia.
La valutazione dei rischi dovrebbe servire anche a evitare che questa normalizzazione diventi invisibile. Per farlo, però, deve rimanere collegata al lavoro reale, alle modifiche introdotte e ai problemi osservati ogni giorno.
Un documento può essere aggiornato in poche ore. Ricostruire una cultura della sicurezza dopo anni di cattive abitudini, invece, richiede molto più tempo.
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